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Il 1926 fu l’anno in cui il Comitato Olimpico Nazionale Italiano voluto dal Partito Nazionale Fascista si assunse il compito di nominare i dirigenti delle varie federazioni.

I responsabili romani della nuova conduzione sportiva non ebbero dubbi sulla riconferma di Geo Davidson alla presidenza e Alfredo Bersani alla segreteria dell’U.V.I. e Davidson provò la gioia di passare alla storia dell’Unione come il "presidente del trionfo di Andenau".

Nel 1927, infatti, si svolse il primo campionato del mondo su strada al quale vennero ammessi i professionisti (in una corsa open con i dilettanti) e la conclusione fu davvero trionfale per il ciclismo azzurro: primo Alfredo Binda, secondo Costante Girardengo, terzo Domenico Piemontesi, quarto Gaetano Belloni.

Benito Mussolini dedicò un capitolo di un suo discorso a questa affermazione che aveva esaltato anche coloro che di ciclismo non si occupavano assiduamente.

Notevole fu la sorpresa ma nessuno osò polemizzare quando il C.O.N.I. affidò la presidenza all’onorevole Torrusio (che dal ’28 al ’30 ricoprì anche la carica di vice presidente dell’U.C.I.) il quale volle al fianco come segretario Augusto Mignani.

La sede dell’Unione venne portata a Milano. A Geo Davidson le società dimostrarono la loro simpatia offrendogli un album con migliaia di firme di dirigenti e di ciclisti di ogni parte d’Italia.

Con il trasferimento delle sedi di tutte le federazioni a Roma (1929), il C.O,N.I. affidò la conduzione dell’U.V.I. al commissario straordinario onorevole Augusto Turati.

Fiutato il malcontento che serpeggiava in tutte le regioni, nonostante l’ordine fosse di ubbidire, il C.O.N.I. nominò nel 1930 un nuovo presidente (onorevole Alberto Garelli) e un nuovo segretario (Vittorio Spositi, che doveva diventare uno scrittore di cose ciclistiche).

A ridonare euforia all’ambiente federale ci pensarono Binda e Martano che in Belgio, a Liegi, si aggiudicarono i titoli mondiali dei professionisti e dei dilettanti. Ma se in Italia l’entusiasmo tornò alle stelle, all’estero non mancarono le lamentele, specialmente da parte delle nazioni nordiche.

I trionfi dei nostri corridori ai campionati del mondo destarono molto invidia e suggerirono ai delegati di alcune federazioni di mettere in discussione la formula della svolgimento della prova iridata.

Scartata l’idea di far disputare il campionato del mondo in più prove, venne approvata la proposta dei rappresentanti scandinavi che puntavano sul mondiale a cronometro.

E la soddisfazione di avere ottenuto quello che volevano, sciolse la lingua ad alcuni dirigenti: "Gli italiani hanno finito di dominare grazie ai dislivelli e a una formula favorevole. Adesso dovranno fare i conti con i re del passo e le loro tattiche non serviranno a niente".

I capi dell’Unione Velocipedistica Italiana ignorarono le provocazioni un po’ perchè Roma (così si diceva allora, alludendo alle disposizioni che i gerarchi del C.O.N.I. impartivano) voleva così, un po’ perché in Italia c’era un certo Learco Guerra che gli esperti consideravano una vera e propria "locomotiva umana" perché in pianura andava come il vento.

E fu il mantovano Guerra a sbalordire i tecnici battendo tutti con facilità. L’idea che l’italiano potesse dominare la scena per anni spaventò un po’ tutti e si tornò in fretta alla formula della prova individuale libera.

L’Unione Velocipedistica Italiana ottenne nuovamente di fare svolgere i campionati del mondo a Roma. L’U.V.I. fece costruire dalla carpenteria Bonfiglio di Milano (spendendo quattrocentomila lire) una pista in legno che venne montata al centro dello Stadio Nazionale (la stessa pista venne poi portata allo stadio-velodromo Vigorelli di Milano).

E fu su questo anello che il belga Jeff Scherens, noto come "il gatto magico", conquistò il primo dei suoi sette titoli mondiali della velocità professionisti. Binda, lui, si aggiudicò il terzo titolo mondiale su strada, dopo quelli vinti nel ’27 ad Adenau e nel ’30 a Liegi.

Martano fu per la seconda volta campione dei dilettanti, stabilendo un primato uguagliato dall’australiano Hobin (’49 e ’50) e dal tedesco orientale Schur (’58 e ’59).

L’esito organizzativo, spettacolare, tecnico e di pubblico del campionato del mondo a Roma fu tale che il Re e Benito Mussolini fecero pervenire le loro felicitazioni ai dirigenti dell’U.V.I. E il fatto, piuttosto insolito, indusse i dirigenti delle società a pensare che per anni l’Unione sarebbe stata nelle mani degli stessi dirigenti.

Invece, nel settembre del 1933, il C.O.N.I. nominò presidente dell’U.V.I. l’ex campione Federico Momo, diventato grande ufficiale, al quale venne affiancato, nella qualità di segretario, Mario Ferretti. Momo godeva di molto prestigio anche all’estero e fu vice presidente dell’U.C.I. dal ’34 al ’40.

Sotto la presidenza di Momo, ai posti chiave delle regioni e delle commissioni tecniche e organizzative vennero chiamati, con il beneplacito del partito fascista, elementi che "non avevano grilli in testa" e ci sapevano fare.

E l’Unione camminò con speditezza verso nuovi importanti traguardi. Momo rimase in carica fino al 1937, anno in cui il C.O,N.I. affidò la presidenza al generale Franco Antonelli (Mario Ferretti fu riconfermato segretario).

Tramite la Federciclo, il C.O.N.I. fece pressioni (l’ordine era venuto dalla segreteria del partito fascista, qualcuno disse addirittura che a impartire la disposizione fosse stato Mussolini) affinché Gino Bartali disertasse il Giro d’Italia del 1938 per potersi dedicare completamente al Tour de France.

Era difatti l’epoca in cui gli esperti ritenevano impossibile vincere il Tour dopo avere disputato il Giro da grande protagonista. E Bartali, sia pure a malincuore, disse no al Giro e andò a vincere il primo dei suoi due Tours, agli ordini di Costante Girardengo che aveva avuto l’incarico dalla Federazione Ciclistica di dirigere la squadra nazionale.

La situazione politica in Europa continuò a peggiorare, ma l’Unione Ciclistica Internazionale non modificò il programma che prevedeva l’assegnazione dei campionati del mondo all’Italia per il 1939. Come teatri di gara, la Federazione scelse il Velodromo Vigorelli e il circuito varesino delle Tre Valli.

Le prove sulla "pista magica" ebbero inizio regolare, nonostante i delegati delle nazioni presenti si mantenessero in costante contatto telefonico con i loro consolati messi in stato d’allarme dai governi dei rispettivi paesi. Le tribune del Vigorelli vennero prese letteralmente d’assalto da un pubblico interessantissimo già alle gare di velocità dilettanti.

E quando l’azzurro Astolfi batté l’olandese Derksen nella seconda prova della finale, dopo avere perso la prima, ci furono vere e proprie scene di giubilo, orchestrare dalla regia fascista. Nella gara decisiva la spuntò Derksen, ma ad Astolfi e a Bergomi (sconfitto dal tedesco Purann nella finale per il terzo posto) il pubblico manifestò molta simpatia. La conclusione del torneo degli sprinters avvenne quando già circolava la voce che la guerra era sul punto di scoppiare.

E fu per merito dei dirigenti della Federciclo, i quali seppero muoversi con discrezione per non urtare la suscettibilità dei vari delegati, che anche le gare di velocità, di mezzofondo e d’inseguimento dei professionisti ebbero inizio.

Ma quando già si pensava che anche questi titoli sarebbero stati regolarmente assegnati, i rappresentanti di sette nazioni (Francia, Olanda, Belgio, Danimarca, Finlandia, Germania, Lussemburgo) sollecitarono, per l’ulteriore aggravarsi della situazione europea, una riunione straordinaria dell’Unione Ciclistica Internazionale.

E durante questa riunione, avvenuta alle ore 9 del 29 agosto, fu deciso di sospendere le gare considerando validi i risultati acquisiti e rinviarle ad altra data, sempre in Italia, secondo una nuova convocazione che la Federciclo avrebbe dovuto rendere nota nel mese di settembre. Gli eventi impedirono che questi mondiali avessero seguito.

Il campionato dî velocità professionisti era giunto alle finali. E il terzo posto se lo era aggiudicato il tedesco Richter, vincitore in tre prove, sul francese Gérardin.

L’olandese Van Vliet e il belga Scherens, in lotta per il titolo, avevano invece disputato una sola prova per la quale non era stata emessa nessuna classifica per una caduta dei due antagonisti e la giuria, constatate le ferite riportate da Scherens, aveva deciso di rinviare le prove per l’assegnazione della maglia iridata (il 6 settembre, a Copenaghen, i due si incontrarono in una manifestazione allestita dalla federazione danese, e Van Vliet vinse il match dopo la ."bella"; si parlò così di Van Vliet come del "campione del mondo ufficioso").

Per le semifinalî dell’inseguimento si erano qualificati Klink (6’20"3 sui cinque chilometri), Aimar (6’26"I), Battesini (6’23") e Somers (6’23" 1). Le tre serie di qualificazioni del campionato degli stayers le avevano vinte Wals, Lohmann e Severgnini.

Scoppiò la guerra e il generale Antonelli, presidente della Federazione Ciclistica Italiana, partì per il fronte africano. L’incarico di reggente della Federciclo fu affidato ad Adriano Rodoni che nel ’39 ricopriva l’incarico di responsabile dei dilettanti azzurri della strada. E quando, finalmente, la bufera devastatrice della guerra cessò la Federazione Ciclistica Italiana riprese ad operare su tutto il territorio nazionale.

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